Signor Ministro,
celebrare il fatto che i docenti italiani figurino «tra i più presenti dell’area OCSE» e pretendere, su questa sola base, di archiviare il malessere strutturale della scuola pubblica è un’operazione retorica che confonde la tenuta formale del sistema con la sua reale sostenibilità umana ed economica. Se si scelgono i dossier internazionali dell'OCSE per dare lustro alle statistiche governative, bisogna avere l'onestà intellettuale di leggerli nella loro drammatica interezza, senza tacere la contraddizione più stridente: l'Italia ha insegnanti campioni di presenza in aula, ma stabilmente fanalino di coda per retribuzione, progressione economica e tutele materiali nell'intera area europea.
Rendere giustizia alla scuola significa guardare in faccia questo paradosso, non nasconderlo dietro una percentuale conveniente.
Se le aule scolastiche rimangono aperte e presidiate ogni mattina, il merito va ascritto unicamente alla maturità, alla dedizione e all'altissimo senso di responsabilità civile della classe docente italiana. Gli insegnanti entrano in classe con la consapevolezza del proprio compito educativo verso le nuove generazioni e con la preoccupazione costante di garantire la continuità didattica, ben sapendo che i tagli ai capitoli di spesa hanno ridotto al lumicino persino la possibilità di nominare supplenti per le assenze brevi.
Tuttavia, questa profonda coscienza professionale viene cinicamente sfruttata come un ammortizzatore sociale gratuito: si pretende una dedizione incondizionata a fronte di stipendi erosi dall'inflazione e lontanissimi dai parametri europei, trasformando l'etica del lavoro in un alibi sistemico per il disinvestimento pubblico.
Dietro il dato della presenza record non c'è una categoria immune dalla fatica o dalle patologie, ma un impianto normativo ed economico concepito per disincentivare pesantemente il diritto costituzionale alla cura, colpendo con violenza inaudita il personale precario.
Per chi vive la condizione dei contratti a termine (fino al 30 giugno), assentarsi per motivi di salute non è un diritto tutelato, ma un calcolo di pura sopravvivenza materiale:
A questo si somma il paradosso più amaro e crudele: proprio nel momento di massima fragilità — a fronte di un infortunio, di una frattura o di un ricovero ospedaliero, quando le spese per visite specialistiche, terapie, medicinali e percorsi riabilitativi aumentano vertiginosamente — lo Stato taglia le entrate economiche al lavoratore.
È questa morsa materiale che costringe quotidianamente migliaia di precari a stringere i denti e a non fermarsi: se non si è in condizioni estreme si va a scuola comunque. E quando si è costretti all'assenza, si rientra in servizio il prima possibile, persino con prognosi cliniche ancora aperte o supporti ortopedici, pur di salvare l'ultimo stipendio pieno prima del vuoto estivo. Spacciare per virtù civica o dedizione serena quella che è una rinuncia forzata al diritto fondamentale alla salute significa offendere la dignità dei lavoratori.
La presenza quantificata nei grafici internazionali registra unicamente le ore di lezione frontale. Rimane del tutto invisibile e non retribuita l'immensa mole di lavoro pomeridiano che grava sulle spalle dei docenti: la stesura e l'aggiornamento continuo di PEI, PDP e una selva infinita di verbali; la gestione di dinamiche relazionali logoranti con famiglie in grave affanno; il raccordo costante con servizi sanitari territoriali sempre più sguarniti; la presa in carico emotiva e pedagogica della crescente complessità psicologica, relazionale e comportamentale delle nuove generazioni.
A tutto questo si aggiunge l'ipertrofia di una burocrazia difensiva, concepita per blindare l'amministrazione dai contenziosi legali piuttosto che per supportare la relazione educativa. Si esige l'intervento clinico, pedagogico e giuridico di un professionista altamente specializzato, ma lo si remunera e lo si tratta come un esecutore intercambiabile e dequalificato.
Questa sproporzione tra doveri moltiplicati e diritti compressi diventa insostenibile quando si abbatte su chi non ha la certezza del posto. Il precariato storico non è soltanto una privazione patrimoniale: è un dispositivo di vulnerabilità psicologica ed esistenziale che espone all'arbitrio nei luoghi di lavoro, frammenta le vite personali e costringe all'insicurezza permanente, inducendo persino il timore di rivendicare le tutele minime per paura di compromettere futuri incarichi contrattuali.
La richiesta del doppio canale di reclutamento — attraverso lo scorrimento delle GPS con abilitazione e servizio maturato sul campo per l'immissione in ruolo — rappresenta l'unica risposta seria, etica e strutturale:
I docenti garantiscono la presenza con senso dello Stato e coscienza civica, Signor Ministro, ma non sono più disposti a farsi scudo per nascondere il dissesto e il sottofinanziamento della scuola pubblica. Una presenza record pagata a caro prezzo con stipendi insufficienti, convalescenze negate e precariato cronico non è un titolo di merito per chi governa: è un debito morale, giuridico e sociale che lo Stato deve saldare subito con la stabilizzazione e il rispetto del lavoro docente.
Contributo di una docente precaria
(Maria Pandolfo)