Il 20 luglio a Bologna un uomo, Abderrahim Fakir, è stato ucciso durante intervento della Polizia, mentre chiedeva esplicitamente aiuto. Era vivo prima dell'intervento, è morto con gli agenti sopra di lui.
Il 20 luglio è una data particolare e risulta difficile non pensare all'uccisione di Carlo Giuliani, per un colpo di arma da fuoco nello zigomo da parte di un Carabiniere, al G8 di Genova di 25 anni fa. Difficile non ricordare le violenze che seguirono, da parte delle forze dell'ordine, ai danni delle persone che erano andate legittimamente a manifestare contro il G8 e contro l'uccisione di un ragazzo da parte dello Stato. Difficile non pensare alle molestie perpetrate dalle forze dell'ordine nella Caserma di Bolzaneto, alla scuola Diaz e durante i vari fermi, con agenti che cantavano canzoncine fasciste mentre torturavano civili inermi.
Ma, purtroppo, non è necessario tornare con la mente a Genova 2001 per ritrovare episodi aberranti come questo. Basta citare casi come Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi per parlare di violenza di Stato. Basta ricordare la morte di Ramy Elgalm a Milano, con i commenti irripetibili dei Carabinieri. Basta pensare a quello che succede nei cpr, nelle carceri, o a persone con forti sofferenze interiori.
E da quest'anno è ancora più facile morire di Stato. Grazie infatti alla nuova normativa sulla "sicurezza" (D.L. 23/2026, convertito nella legge 54/2026), gli agenti coinvolti in fermi con esiti violenti o addirittura letali non sono formalmente indagati, in quanto si presume per loro una causa di giustificazione; gli accertamenti procedono su un binario diverso, come sta succedendo ai due poliziotti e ai quattro operatori del 118 intervenuti a Bologna su Fakir. Gli agenti coinvolti nella morte di una persona durante un fermo o una manifestazione godono quindi di fatto di un trattamento speciale: uno scudo in piena regola, creato apposta per le forze dell'ordine.
Con buona pace di parte della stampa e della politica, che parla addirittura di morte "per cause naturali". Come se potesse essere totalmente ascrivibile a problemi fisici o patologie pregresse, e quindi "naturale", morire durante un'operazione che prevede l'uso della forza fisica da parte di due persone armate e provviste di manette nei confronti di una persona disarmata e in difficoltà. E che, nel caso di Fakir, chiede esplicitamente aiuto.
Per non parlare del modo di riportare o commentare queste notizie, mettendo l'accento sulla condotta e soprattutto sulla provenienza della vittima, con il risultato tra l'altro di sdoganare l'uccisione come risposta al disagio personale, umano, sociale. E, in questo ultimo caso - lo ripetiamo - come risposta alla richiesta di aiuto.
Un atteggiamento che ci ricorda, se ancora ce ne fosse bisogno, il profondo squilibrio tra potenti e indifesi nelle nostre tanto decantate democrazie occidentali, e il peso diverso che certe istituzioni attribuiscono alla vita delle persone, in modo ormai reiterato e impunito.
È troppo tardi per tante persone, tra cui Fakir; ma siamo ancora in tempo per mettere un freno a questo abuso di potere.
Come SSB chiediamo che sia fatta pienamente luce sulla morte di Abderrahim Fakir e che siano presi provvedimenti nei confronti dei responsabili; chiediamo indagini capillari sulle morti per contenzione in Italia e sulla effettiva legalità delle modalità di contenzione nelle varie situazioni in cui viene praticata; chiediamo il ritiro immediato della legge 54/2026.
In un paese in cui si può morire per mano di forze dell'ordine scudate preventivamente dallo Stato si rischiano davvero tante morti "per cause naturali".
Luglio 2026
Sindacato Sociale DI Base